PINO RAMPOLLA
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L'ultimo sguardo

Il grande abbraccio a Giovanni Paolo II

 

prefazione di

Giampiero Gamaleri

 

Gli avvenimenti che hanno segnato il passaggio da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI costituiscono - probabilmente, anzi sicuramente - uno spartiacque nella storia dell'umanità.

Si è avuta la chiara sensazione che il Pianeta abbia "pulsato con un unico cuore" e non già per una tragedia umana o naturale - quali sono state le Torri Gemelle o lo tsunami - ma per un grande sentimento collettivo frutto della somma di milioni e milioni di esperienze personali. Le esperienze personali fondamentali della vita, come il dolore e la gioia, lo smarrimento e la speranza, il dubbio e la fede, l'insicurezza e la preghiera: questi stati d'animo che ci colpiscono nelle si­tuazioni private della nostra vita si sono coagulati in uno smisurato evento corale.

E per la prima volta - ecco l'originalità dell'avvenimento - i moderni mezzi della comunicazione non sono stati un puro tramite informativo ma un formidabile canale di coinvolgimento profondo.

La televisione a casa o i maxischermi distribuiti nei luoghi di coagulo della gente - da piazza S. Pietro a via della Conciliazione, da San Giovanni a Tor Vergata, a Roma, fino alle piazze di Varsavia o di Notre Dame a Parigi - sono stati, per così dire, consustanziali alla successione degli eventi, il tramite della partecipazione personale, individuale all'esperienza comune. "I media non sono ponti, tramiti tra noi e la natura, ma diventano essi stessi una componente della natura", il canale di percezione con l'altro, con tutti gli altri con cui condividere l'evento, altrettanto natura­li di una stretta di mano o di un abbraccio.

Forse solo in alcuni concerti rock vi era stata un'anticipazione, circoscritta ad uno stadio, di que­sta esperienza comunitaria. E non a caso anche lì dominava quello stesso protagonismo spon­taneo giovanile che ha caratterizzato i grandi eventi dei primi giorni di aprile.

E c'è anche da aggiungere che, se è vero che questa enorme esperienza comunitaria ha toccato prevalentemente paesi e comunità di orientamento cristiano, è anche vero che nazioni an­cora "chiuse", come la Cina, hanno avvertito questo clima, pur filtrato attraverso le rigide maglie di un'informazione che ne ha dato il semplice annuncio, se non altro come rincrescimento di un'occasione mancata, di una partecipazione impedita.

Tutto questo insieme di fatti e di sentimenti - individuali e corali, nel contempo - viene documentato magistralmente dal libro fotografico di Pino Rampolla. E da qualsiasi sua pagina, da qualsiasi sua immagine si coglie subito la capacità dell'autore di andare oltre la superficie delle situazioni rappresentate. E', insomma, anche nei particolari, la riprova della capacità di un medium - in questo caso la fotografia - di essere testimone dal di dentro di una serie di dettagli ciascuno dei quali è un tassello significativo del grande evento che ha fatto "pulsare il cuore del pianeta".

Ho avuto il privilegio di andare in piazza San Pietro una sera, quando ancora la grande fila dei pellegrini che andavano a rendere omaggio alla salma di papa Woityla era gonfia come lo scorrere di un lento e pacifico fiume. Ho visto sui loro volti le identiche espressioni documentate dall'obiettivo della macchina fotografica di Rampolla. In realtà, quelle espressioni pazienti, composte, dolenti e fiduciose, disponibili a una fatica non comune, erano il frutto di un'antica ritrovata saggezza: quella che riecheggia le parole stesse di Cristo: "Io sono la via, la verità, la vita". L'annuncio "Io sono la via" si è concretizzato in centinaia di migliaia di uomini e donne disposti a vivere l'esperienza che ogni passo e ogni gesto di quel lungo percorso aveva un senso in sé, indipendente persino dal risul­tato sperato e non da tutti raggiunto: quello di vedere il corpo del Papa.

E' la riscoperta del pellegrinaggio, testimoniata, sempre nelle foto di Rampolla, dagli altarini, luoghi di preghiera e di riflessione "autonomi" rispetto al grande altare meta del cammino comune. E non solo questi segni di culto testimoniavano la completezza, minuto dopo minuto, di quell'esperienza comunitaria, ma la testimoniavano anche oggetti di semplice sopravvivenza, come le coperte lasciate da chi aveva dormito all'aperto o le bottiglie di plastica abbandonate vuote ai lati della grande fila, umili segni delle necessità fisiologiche di uomini, donne e persino bambini coinvolti in quella pacifica e suggestiva avventura.

Ciò spiega il fatto che una polacca invitata da un prelato a visitare la salma attraverso un percorso privilegiato abbia rinunciato a lasciare il gruppo dei connazionali, perché in realtà la vera esperienza era quella del percorso comune da vivere insieme prima ancora della meta da raggiungere..

Le fotografie di Rampolla documentano, anzi penetrano tanti altri aspetti, tutti tesi a testimoniare la straordinaria originalità di quei giorni. I messaggi lasciati qua e là dai pellegrini, che forse ricordano il foglietto infilato da Giovanni Paolo II in una fessura del Muro del pianto durante la sua visita a Gerusalemme: labili tracce di grandi desideri.

E cosi pure si può cogliere l'impegno, la straordinaria compostezza e il calore umano di gesti di vita quotidiana, come le attività svolte dalle forze dell'ordine, dalla protezione civile, da medici e infermieri, dai boy scout, dai giornalisti stessi che realizzavano reportage e interviste volanti.

Ed ecco, torniamo all'informazione, rappresentata nella galleria fotografica di Rampolla dalla selva di antenne paraboliche e dai tralicci con le postazioni di telecamere e cronisti, il dispiegamento di questo enorme apparato radiotelevisivo può essere letto come il "risarcimento" che i media hanno dato al fiducioso rapporto con gli strumenti dell'informazione che ha accompagnato tutta l'azione pastorale di Giovanni Paolo lI, specie durante i suoi viaggi. Ed è significativo che la prima udienza di Papa Ratzinger sia stata proprio destinata ai giornalisti, continuazione ideale della relazione con il mondo dell'informazione instaurata dal predecessore.

Ed è proprio con riferimento al nuovo Papa che si possono concludere queste riflessioni. Non sono mancate, in queste circostanze, alcune voci preoccupate ed anche critiche. Ed è normale che sia così: un'esaltazione incondizionata ed acritica di questo passaggio della nostra storia contemporanea potrebbe alimentare poi motivate perplessità se non fosse accompagnato anche da una riflessione disincantata.

Appartiene alle voci preoccupate quella dello scrittore britannico lan McEwan in un saggio dal titolo. "La specie umana che consuma la Terra". Riferendosi all'immagine ormai abitudinaria del­la superficie terrestre vista da un aereo a i imila metri di quota, egli scrive: "Quelle gigantesche macchie di cemento guarnite d'acciaio, quei cateteri di traffico incessante in fila verso l'orizzonte - la natura non può che indietreggiare al cospetto. Il semplice impatto della nostra consistenza numerica, l'abbondanza delle nostre invenzioni, la forza cieca dei nostri desideri e bisogni, sembrano inarrestabili e fonte d'un calore - il fiato bollente della nostra civiltà - di cui solo confusamente comprendiamo gli effetti. Il viaggiatore misantropo che guarda giù dalla sua macchi­na straordinaria, è costretto a chiedersi se la terra non starebbe meglio senza di noi. Visti da que­sta distanza abbiamo l'aspetto d'un lichene rigoglioso, d'una devastante efflorescenza d'alga, d'una muffa che avvolge un frutto".

Appartiene invece alle voci critiche quella di Alessandro Baricco. Ciò che abbiamo visto accadere, secondo lui, "non era la morte di un pontefice, ma una colata mediatica, un distruttivo tsunarni dell'informazione... Si era smarrita in maniera plateale la linea di demarcazione con il rac­conto. Nella sbornia collettiva saltavano le regole di confronto con la realtà".

Credo che alla comprensibile preoccupazione di McEwan e alla prevenuta critica di Baricco - che forse non ha avuto l'accortezza di indugiare abbastanza a lungo e a fondo su ciascuno di quei volti in attesa per coglierne l'autenticità - abbia risposto proprio il successore di Papa Wojtyla, Benedetto XVI, nell'omelia della messa di assunzione del ministero petrino del 24 aprile: "Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell'evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pen­siero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario. Non vi è nulla di più bello di essere sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è nulla di più bello che conoscere lui e comunicare agli altri l'amicizia con lui... Egli non toglie nulla e dona tutto. Chi si dona a lui riceve il centuple".

Pino Rampolla ha guardato in fondo agli occhi tanti uomini e tante donne, tanti giovani e meno giovani e ha fissato quegli sguardi nell'obiettivo della sua macchina fotografica perché rimanes­sero nel tempo con quell'intensità, con quella capacità di domanda, con quell'attesa di risposta che possono aiutare anche noi, una volta tornati alla quotidianità della vita, a non dimenticare quello straordinario momento. Straordinario per chi ha la fede, ma altrettanto straordinario per chi è in cammino ed è sinceramente attento ad ogni segnale di speranza.

prefazione di Giampiero Gamaleri 

Professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi Roma Tre.


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