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Ritratto come "Oracolo" Tra le tante citazioni profuse sul genere del ritratto, credo che per ben inquadrare il lavoro e l'impegno di Pino Rampolla in questo genere, sia più che pertinente l'affermazione di Bill Brandt posta da Renzo Chini in epigrafe al suo fondamentale lavoro Il linguaggio fotografico: Un buon ritratto, pittorico o fotografico, deve avere una profonda somiglianza, la somiglianza di un oracolo che predice il futuro del soggetto nello stesso tempo che dice qualcosa del suo passato. Lo stesso Chini ribadisce, più avanti, che il ritratto raggiunge il suo vero obiettivo quando fa del soggetto un personaggio, vale a dire una presenza alla quale non si può restare indifferenti, anche se non interessa affatto la persona che ha posato appunto per quel ritratto.
Passare in rassegna la galleria dei personaggi che Pino ci propone significa approfondire un rapporto di interesse con un romanzo, con un saggio, con una tela. Questi ritratti, infatti, portano al loro interno il senso di una ulteriore rivelazione ancor più intimistica e privata. Un "valore aggiunto" alle nostre conoscenze che completa, a sua volta, la nostra percezione grazie alla decisa valenza psicologica che ogni immagine sprigiona. Non a caso l'autore affida il suo messaggio al fascino del bianco e nero che quasi ci impone di addentrarci nella "gamma dei grigi" e di analizzare con attenzione, quindi, la raffigurazione del soggetto. Questa strategia o, più semplicemente, questa tecnica, controllata con abile perizia, contribuisce ad avvicinarci agli archetipi dei maestri della ritrattistica fotografica che nella seconda metà del secolo scorso, proprio attraverso quel genere fotografico, riuscirono a mediare gli attriti apparentemente insanabili tra la nascente fotografia, le arti figurative "tradizionali e le opposte concezioni estetiche di autorevoli, diremmo oggi, testimonial quali Charles Baudelaire.
I ritratti che qui osserviamo sono stati ripresi nelle circostanze e nelle occasioni più diverse. Oserei dire,mi sia consentito il paradosso, che spesso la "posa" si è trasformata spontaneamente in "istantanea". Ritratti studiati, quindi, ma anche "colti al volo" e nelle condizioni ambientali e di luce più diverse. E, nonostante ciò, non riusciamo a cogliere la benché minima sensazione di sorpresa sui volti. Piuttosto, in alcuni casi, un senso di intima complicità tra fotografo e soggetto. Una complicità e un'intesa che, tutto sommato, possono essere sollecitate dalla stessa personalità del fotografo il cui modus operandi è basato, innanzi tutto, sull'istinto e sulla eccezionale carica di comunicazione insita nella sua personalità "para-partenopea". Gianfranco Arciero
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